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Indagine Consob: le scelte d’investimento delle famiglie italiane

Si è concluso il mese del Risparmio e dell’Educazione finanziaria.
Il mese era stato aperto in Italia con la pubblicazione da parte della Consob dell’aggiornamento al 2018 dell’indagine circa le scelte d’investimento delle famiglie italiane.

I dati
Non ci sono grandi cambiamenti rispetto ai numeri dell’anno passato, su alcuni aspetti si percepisce un lieve miglioramento, sebbene il confronto non sia immediato poiché le risposte chiuse alle domande sono state talvolta cambiante.
Ad esempio nell’indagine 2017 alla domanda, “Metti da parte dei risparmi?”, le risposte erano state: “sì” per il 61% dei casi, “no” per il 34%, e “non ne ho bisogno/non m’importa” per il restante 5%.
Nella versione del 2018, per questa domanda sono state previste tre tipologie di risposte positive (“la maggior parte del mio reddito”: 6%; “regolarmente parte del mio reddito”: 33%;  “occasionalmente parte del mio reddito”: 25%) ed una sola risposta negativa alla quale hanno aderito il 25% degli intervistati. Si può dire quindi che siano scesi coloro che hanno dichiarato di non risparmiare, ma ciò potrebbe essere dovuto alla riformulazione delle risposte.
I confronti con l’anno precedente, quindi, sono piuttosto discutibili per alcune domande.
Per le risposte sulla cultura finanziaria si possono fare dei confronti ed i dati mostrano lievi miglioramenti, ma la situazione rimane sostanzialmente drammatica. “In media, un intervistato su due non e? in grado di definire correttamente nozioni finanziarie di base; il dato scende a meno di uno su cinque nel caso di concetti avanzati”. Ancora più preoccupante il fatto che l’auto valutazione degli investitori vede un 40% degli intervistati ritenere di avere un elevato livello di conoscenze finanziarie quando invece tale è, per la maggior parte, molto scarso.
Solo un terzo scarso degli intervistati dichiara che fa un minimo di pianificazione finanziaria familiare e di verificarla regolarmente.

Bisogno di consulenza
Il quadro generale che emerge, così come dalle indagine degli anni passati, è quello di un enorme bisogno di consulenza finanziaria, ma – al tempo stesso – di una apparente difficoltà nel realizzarla perché “più del 50% degli intervistati non è in grado di definire in cosa consista il servizio di consulenza in materia di investimenti. […]  Nel 37% dei casi gli investitori sono convinti che la consulenza sia gratuita, mentre nel 45% dei casi essi dichiarano di non sapere se il consulente viene retribuito.”.
Uno dei dati che più mi ha colpito in materia di consulenza finanziaria è che il 30% di coloro che dichiarano di aver un consulente rispondono che non l’hanno mai sentito nel corso dell’ultimo anno! E’ evidente che ritengono di avere un consulente, ma nella realtà non ce l’hanno.

Che fare?
Tentare di elevare la cultura finanziaria degli italiani è un’impresa molto difficile e che può avere un certo successo solo nel lungo e lunghissimo termine. Il problema principale è la cultura in generale. Per poter avere una cultura finanziaria decente è necessario avere una cultura generale almeno buona. Tutte le indagini ci dicono da anni che su questo fronte la situazione in Italia è assolutamente drammatica (per una delle indagini più recenti), in Europa siamo fra i Paesi con il più alto tasso di analfabeti funzionale, ovvero persone che sono in grado di leggere e scrivere, ma non di comprendere un testo con un minimo di complessità (ad esempio un libretto d’istruzioni, un modulo, ecc.).
E’ necessario, quindi, continuare a fare ogni sforzo possibile per elevare la cultura finanziaria nel medio/lungo e lunghissimo termine, ma parallelamente è indispensabile che si sviluppi una normativa che tuteli le persone che non sono in grado di essere tutelate attraverso la normativa attuale che si basa sul concetto che la tutela avviene fornendo informazioni corrette all’investitore.
Questa è una mera utopia che non si realizza in modo apprezzabile nei prossimi lustri così come non accade e non è accaduto negli anni passati.
Una maggiore tutela delle investitori più deboli può avvenire attraverso due direttrici.
1) La creazione di percorsi d’investimento standard. Le esigenze tipiche d’investimento sono relativamente poche, basterebbe che l’autorità di controllo – cioè la Consob – si assumesse la responsabilità d’identificare degli strumenti finanziaria adeguati alle esigenze standard. Questo sarebbe già un primo passo. Una volta definite le opzioni standard, potrebbero esserci molti modi per far in modo che gli investitori non esperti tendano – come certamente farebbero spontaneamente – a selezionare quelle in luogo delle proposte interessate degli intermediari finanziari che sfruttano costantemente la loro ignoranza.
2) Lo sviluppo dell’informazione sulla consulenza finanziaria. Come abbiamo visto oltre la metà degli intervistati sono ha proprio la nozione di cosa sia la consulenza finanziaria ed anche coloro che dichiarano di conoscerla – e perfino di usufruirne – in realtà non lo sanno. La consulenza finanziaria indipendente è la principale tutela per gli investitori non esperti (ovvero poco meno della totalità degli investitori), ma perché si sviluppi è indispensabile che gli investitori siano a conoscenza di questa opzione. Molti esperti del settore ritengono che il 2019 dovrebbe essere l’anno nel quale il settore – finalmente – partirà con oltre un decennio di ritardo rispetto all’introduzione normativa di questa figura professionale.
Non resta che attendere l’indagine dell’anno prossimo per capire che ci saranno cambiamenti positivi!