Blogzine

Perché è sbagliato mediare al ribasso

Uno dei consigli piu’ in voga all’inizio dello scoppio della bolla era quello di “mediare al ribasso” in modo da diminuire il prezzo medio di carico e poter uscire “prima” non appena il titolo sarebbe risalito.
La logica (se di logica si puo’ parlare…) e’ la seguente.
Se ho comprato qualcosa a 100 euro e questo qualcosa oggi vale 50, investendo altri 100 euro il prezzo medio di carico sara’ 66,66 (200 diviso 3, perche’ la seconda volta, con gli stessi 100 euro posso comprare il doppio dei titoli). Non mediando, dovro’ aspettare che il titolo guadagni il 100% per poter uscire non rimettendoci, se medio e’ sufficiente che il titolo guadagni il 33%.
Detta cosi’, la cosa sembra una “genialata” da bucaniere della finanza (ed infatti moltissimi cadono nel tranello), invece e’ una delle piu’ grandi stupidaggini della finanza.

Mental accounting
Vediamo prima perche’ “mediare al ribasso” piace cosi’ tanto.
Prendiamola un po’ alla larga…
Nel 2002 il Premio Nobel per l’economia venne assegnato non ad un economista, ma ad uno psicologo. Si’, non avete letto male. Si tratta di Daniel Kahneman, uno dei padri (insieme a Amos Tversky) della cosi’ detta “finanza comportamentale”; in pratica, quella parte della scienza della finanza che studia i meccanismi psicologici che stanno alla base delle scelte compiute dagli operatori finanziari.
Alla base della finanza comportamentale vi e’ la semplice osservazione che gli esseri umani non sono affatto soggetti razionali in grado di operare scelte sulla base di calcoli utilitaristici. (Fra parentesi, in molti casi questo e’ anche un bene, ma non quando si fanno scelte finanziarie). Fra i fenomeni piu’ studiati vi e’ quello che viene chiamato “mental accounting” (R. Thaler), traducibile con “contabilita’ mentale”.
Per la nostra mente, 100 euro non “valgono” sempre 100 euro. L’utilita’ di 100 euro dipende dal conto mentale nel quale li abbiamo infilati. Ad esempio, se dobbiamo acquistare una cosa di grande valore (una casa, un automobile, ecc.) tendiamo ad valutare i guadagni/perdite in rapporto al conto mentale che avevamo predestinato a questo acquisto.
Se “risparmiamo” 100 euro rispetto ai 20.000 che ci eravamo prefissati di spendere, non lo consideriamo un grande guadagno.
Se invece il “conto mentale” era di poco valore, diciamo 200 euro ed abbiamo guadagnato gli stessi 100 euro, consideriamo la cosa come un grande guadagno.
In pratica, il modo in cui “frazioniamo” mentalmente il nostro denaro incide drasticamente sulle scelte che facciamo.
Sia ben chiaro, questi “conti mentali” hanno anche una certa utilita’ perche’ semplificano le operazioni di scelta. Ovviamente non possiamo ricalcolare tutto il nostro patrimonio ogni volta che dobbiamo fare una minima scelta finanziaria. Il problema, pero’, e’ che il modo in strutturiamo i conti mentali e’ spesso irrazionale. In altri termini, il modo in cui le persone fanno i “bilanci” dei guadagni e delle perdite e’ spesso irrazionale.
Nei suoi studi Richard Thaler ha fatto alcuni esperimenti interessanti.
Ad esempio, in un primo momento ha chiesto ad un campione di persone di scegliere come suddividere un ipotetico portafoglio finanziario avendo a disposizione un fondo azionario ed un fondo obbligazionario. La scelta piu’ gettonata era 50% in un fondo e 50% in un altro.
Successivamente il portafoglio doveva essere costruito partendo da tre fondi, di cui due azionari. Irrazionalmente, il portafoglio tipicamente scelto nel secondo caso era composto per due terzi da azioni ed un terzo da obbligazioni.

Questo dimostra come normalmente le persone abbiano difficolta’ a comprendere il concetto di portafoglio finanziario. Le singole scelte vengono viste come singoli conti mentali. L’obiettivo primario non e’ quello di massimizzare il guadagno del complesso dei conti mentali ma dei singoli conti mentali.
Chiudere un conto mentale in perdita e’ una cosa che genera sofferenza.
Per questa ragione l’idea di aggiungere altri soldi ad un conto mentale al fine di non farlo chiudere in perdita e’ una cosa che psicologicamente e’ piuttosto soddisfacente.

Perche’ non mediare al ribasso
Mediare al ribasso implica solo un aumento del rischio specifico del complesso del portafoglio.
1000 euro persi o guadagnati su un singolo titolo valgono esattamente quanto 1000 euro persi o guadagnati in un diverso titolo.
L’obiettivo degli investimenti finanziari e’ indiscutibilmente quello di aumentare il valore complessivo del patrimonio investito (in rapporto alla propria propensione al rischio), non quello di non perdere mai.
Se si prende in considerazione l’ipotesi di mediare al ribasso significa che si hanno disponibilità da investire. Allora e’ necessario farsi alcune domanda: 1) avrei investito gli stessi soldi se il titolo non avesse perso? 2) Se non avessi il titolo in portafoglio avrei comunque scelto il titolo in questione?
A prescindere dalla bonta’ o meno del titolo (e’ possibile che sia solo un calco momentaneo o che sia invece l’inizio di un tracollo) cio’ che dobbiamo valutare e’ il complesso del rischio/rendimento del portafoglio. Concentrare le attivita’ in un singolo titolo e’ comunque una scelta sbagliata perche’ aumenta il rischio del portafoglio.
Se si crede ancora nel settore, non mancheranno titoli alternativi per investire nello stesso settore. Se invece non si crede nel settore (o si ritiene che il peso attuale che ha in portafoglio e’ sufficiente) non c’e’ nessuna ragione per investire in quel titolo .
Un discorso diverso e’ quello del ribilanciamento del portafoglio seguendo una precisa politica di “constant proportion”, qui pero’ le cose si complicano un po’ ed esulano dalla scopo dell’articolo.