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#PerUnaFinanzaOlistica

La finanza attuale è senza alcun dubbio patologica, figlia di una cultura finanziaria patologica.
Il vocabolario Treccani, alla voce “patologico” riporta le seguenti definizioni: “Che riguarda la patologia o, più genericamente, le malattie e le alterazioni da queste prodotte. Che si verifica in condizioni morbose, o comunque abnormi, o ha riferimento a queste. Di ogni fenomeno che assuma carattere di disfunzione, di crisi.
Mi occupo professionalmente di finanza da oltre 15 anni e sono più di vent’anni che seguo giornalmente l’evoluzione dei mercati finanziari. Non ho il benché minimo dubbio sul fatto che la finanza sia diventata ormai una malattia dell’economia.
A livello individuale, gli investimenti finanziari sono vissuti in maniera patologica con una logica – chi più chi meno – più vicina al gioco d’azzardo che non all’investimento.
Ciò è dovuto in parte per la natura umana (quindi con una significativa responsabilità del singolo investitore) ma, in massima parte, tale natura umana è abilmente strumentalizzata dal sistema finanziario che ha tutto l’interesse a proporre prodotti d’investimento inutilmente costosi e rischiosi.
Negli ultimi anni, la cultura patologica della finanza si è sempre più diffusa diventando ormai talmente pervasiva da essere considerata un presupposto ovvio, inevitabile.

Il cuore di questa cultura malata è legato ad una visione dei mercati finanziari come il luogo nel quale si produce altro denaro e non – come dovrebbe essere – strumenti funzionali alla produzione e scambio di beni e servizi.
Lo scopo, il fine, della finanza sembra essere quello di “generare denaro”, non importa come, non importa su quali basi, non importa niente. Tutto quello che conta è produrre altro denaro.
E’ chiaramente una visione patologica che non può che generare problemi individuali e collettivi.

Nel 1930, durante la grande depressione, il grande economista inglese John Maynard Keynes tenne una conferenza a Madrid, dal titolo “Prospettive economiche per i nostri nipoti” (1). Mi ha sempre molto colpito un passaggio di questa conferenza. Negli ultimi anni, segnatamente negli ultimi 10 anni, dopo la Grande Crisi Finanziaria del 2008 queste parole hanno lavorato come un “tarlo” nella mia mente modificando gradualmente, ma inesorabilmente il senso del mio lavoro quotidiano che consiste nel consigliare i miei clienti su come meglio investire i propri denari.
Keynes, nel 1930, parlando di come lui s’immaginava il futuro economico per i suoi nipoti disse: “Dovremo avere il coraggio di assegnare alla motivazione “denaro” il suo vero valoreL’amore per il denaro come possesso, e distinto dall’amore per il denaro come mezzo per godere i piaceri della vita sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un po’ ripugnante, una di quelle propensioni a metà criminali e a metà patologiche che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali.
Questa passione morbosa, un po’ ripugnante, è il fondamento della finanza attuale. Siamo nel pieno sviluppo di una finanza patologica.

La finanza “classica”
Se leggiamo i libri di economia e di finanza abbiamo una visione della finanza un po’ diversa. Senza alcun dubbio il ruolo del denaro come “produttore” di altro denaro svolge un ruolo importante anche se non così centrale come invece è nella realtà.
La finanza che si studia nei libri rimane collegata in qualche modo al mondo reale. La sua funzione – sui libri – è quella di servire l’economia essenzialmente per due scopi: trasferire nel tempo il reddito non immediatamente speso (cioè il risparmio) affinché nel frattempo possa continuare ad essere utile alla società con nuovi investimenti che rendano l’economia sempre più efficiente nel soddisfare i bisogni umani. L’altra funzione del sistema finanziario – sempre sui libri – dovrebbe essere quella di gestire i rischi inevitabilmente connessi con l’attività economica.
Nella realtà, queste funzioni sono ormai del tutto secondarie.
A livello individuale, sempre sui libri, leggiamo che lo scopo degli investimenti finanziari dovrebbe essere quello di raggiungere degli obiettivi di vita che non sarebbero diversamente raggiungibili dati i flussi di reddito e di risparmio dell’investitore.
La teoria classica della pianificazione finanziaria è sostanzialmente matematico-statistica.
Nel 2002 ho svolto un master all’Università di Siena in Pianificazione Finanziaria ed erano già due anni ch e studiavo la materia come socio della più grande associazione mondiale dei pianificatori finanziari, la Financial Planning Association negli USA.
Avevo preso letteralmente una “sbandata” per questo concetto che avevo posto a fondamento del mio modo di fare il consulente finanziario indipendente (allora non esisteva in italia questa figura ed io m’incaponii a cercare d’introdurla).
A quell’epoca vedevo la finanza così come viene ancora oggi insegnata nelle università: fondamentalmente su presupposti statistico-matematici.

Il concetto di base di questo approccio si può riassumere in questi due punti: 1) il cliente deve esprimere i suoi obiettivi (in termini di quanti soldi gli servono a determinate date, ad esempio: per integrare la pensione, comprare un immobile, far studiare i figli, ecc.) e deve fornire tutte le informazioni sul suo profilo economico finanziario (i redditi ed il patrimonio) ed il suo profilo di rischio psicologico. 2) il consulente analizza tutti i dati e calcola, con l’aiuto di appositi software, sulla base di dati statistici sul rendimento/rischio (inteso come oscillazione, tecnicamente “deviazione standard”) dei mercati finanziari storici quanto rischio “serve” inserire in portafoglio per raggiungere gli obiettivi e se questo è compatibile con la propensione al rischio del cliente.
In teoria è tutto bello, in pratica non funziona per la semplice ragione che i calcoli statistici sui quali il modello si basa non sono minimamente affidabili. 
Il fatto è che i mercati finanziari non sono un fenomeno fisico, ma sono il prodotto della psicologica di massa degli operatori finanziari e del particolare momento storico che cambia la natura stessa dei mercati proprio sul piano tecnico-pratico. I mercati finanziari degli anni 80 e 90 non sono i mercati finanziari degli ultimi 10 anni. Usiamo la stessa parola, ma sono due “animali” diversi. E’ probabile che i mercati dei prossimi 10 o 20 anni siano ancora qualcosa di diverso.
Il problema di fondo dell’approccio classico alla finanza è che continua a vedere i mercati finanziari come il luogo per produrre altro denaro dal denaro.
La cultura finanziaria “classica” – di fatto – è la stessa della cultura finanziaria patologica che domina oggi il mondo. Fornisce una vestito culturalmente più “accettabile” in teoria, ma il cuore del discorso è sempre lo stesso: “tu vorresti fare questo e quello, non hai abbastanza soldi, quelli che mancano ce li mettono i fantomatici mercati finanziari”.
Quando ci si accorge che il presupposto è traballante, nascono i problemi e si torna alla finanza patologica.

Verso una finanza olistica
Nel 2010 ho contribuito a redigere il position paper della Nafop, la principale associazione italiana dei Consulenti Finanziari Indipendenti sul tema della Pianificazione Finanziaria.
In quella fase la “cotta” per la pianificazione finanziaria tradizionale mi era già passata grazie alle letture di grandi autori contemporanei fra i quali Robert Shiller, Andrew Loo, ma anche Nassim Taleb e William J. Bernstein e molti altri. Il grosso di quel documento fu redatto dal sottoscritto con il contributo fondamentale di Giorgio Canella che scrisse, in particolare, il paragrafo sul “life planning” (quello forse più “avanzato”) e di altri colleghi che diedero un contributo importante in termini di confronto, verifica, revisione, ecc (ricordo Roberto Cappiello, Sara Cineario, Alessandro Giacomelli, Herman Kofler, Guido Monticello, Giuseppe Romano).
A distanza di 8 anni, quel documento è un po’ meno “profetico” ed un po’ più aderente a quello che le menti più illuminate di questo settore considerano essere il futuro della consulenza finanziaria.
Uno dei principali teorici del futuro della finanza personale nel mondo è un italiano.
Si chiama Paolo Sironi e lavora per l’IBM nel progetto Watson (uno dei più importanti progetti d’intelligenza artificiale al mondo). Sironi si occupa del rapporto fra tecnologica e finanza.
Nei suoi libri spiega con solide argomentazioni che l’approccio definito Goal Based Investing (cioè i piani finanziari individuali guidati dagli obiettivi di vita dell’investitore) è il futuro della consulenza finanziaria, poiché la tecnologia tenderà, nel tempo, a sostituire i consulenti finanziari intesi in modo “tradizionale” (ovvero quelli che dovrebbero fornire raccomandazioni per ottimizzare il rapporto rischio/rendimento dei portafogli dei clienti).
Affinché questo approccio possa diffondersi più rapidamente possibile e possa perfino migliorare il sistema finanziario è necessario che venga modificata la cultura finanziaria, passando dallo stadio classico/patologico allo stadio che io definisco “olistico”.
Ritengo, infatti, che la cultura finanziaria possa schematizzarsi nella seguente piramide.Il termine “olismo” nasce come teoria biologica abbastanza recente contrapposta al meccanicismo. L’idea di base è che una parte fondamentale dei fenomeni legati alla vita non si possono comprendere analizzando il funzionamento dei singoli “pezzi” che compongono gli organismi, ma si riescono a comprendere solo studiando le relazioni fra di esse e quindi osservando gli organismi come un tutt’uno (da qui il termine “olismo” derivato dal greco antico ὅλος ‘tutto, intero, totale’).
Negli ultimi 20 anni il termine “olistico” è stato applicato praticamente a qualsiasi cosa, dalla medicina al management passando per il tennis, la dieta, ecc.
Ciò che s’intende con l’aggettivo olistico, quindi, è sostanzialmente il concetto che per comprendere pienamente una materia – ed utilizzarla appropriatamente – è necessaria metterla in relazione con il complesso (il tutto) di cui fa parte.
Applicando questo concetto al mondo della finanza, quindi si può dire che è necessario ripensare l’utilizzo dei mercati finanziari a partire dal rapporto con il mondo reale (il tutto).
Ciò significa prima di tutto comprendere – come diceva Keynes circa 80 anni fa – che il denaro è un mezzo per soddisfare dei bisogni (“per godere dei piaceri della vita”), non ha banalmente il fine di produrre altro denaro.
La principale differenza fra la finanza classica e la finanza olistica è che la seconda s‘interroga seriamente sui bisogni reali di colui che vuole investire. S’interroga sul perché si decide d’investire e questo “perché” deve essere “ecologico” nel senso che deve far bene all’individuo ed all’ecosistema nel quale è inserito. In particolare, l’obiettivo non può essere semplicemente “fare altri soldi” perché questo è dannoso in primis per l’investitore e poi per l’ecosistema economico-finanziario del quale fa parte.
La finanza olistica, quindi, parte da un’analisi seria dei bisogni reali dell’investitore.
Gli investitori, in genere, non si pongono minimamente il problema del “perché” investono.
Per molti investitori, porre questa domanda è quasi fastidioso perché la risposta appare  talmente scontata che diventa scomodo esplicitarla: s’investe per generare altro denaro. Ma fino a quando l’obiettivo sarà quello, l’unica cosa certa è che – mediamente – l’investitore rimarrà deluso.
E’ proprio tecnicamente necessario che, mediamente, chi investe con il solo obiettivo di fare altri soldi rimanga deluso. Chi conosce i mercati finanziari veramente in modo profondo sa che la loro natura ultima è quella di essere “macchine per deludere”.
I mercati finanziari cambiano molto spesso e generalizzare è sempre sbagliato, alcune caratteristiche di base, però (le quali originano dalla natura psicologica degli operatori) rimangono le stesse. Una di queste caratteristiche è proprio quella di essere, per loro natura, “macchine per deludere”.
L’unico modo che io conosco per evitare queste delusioni è impostare i portafogli finanziari a partire dai reali obiettivi dell’investitore. Quando l’obiettivo non è più quello di “guadagnare il più possibile in rapporto ad un rischio astratto”, ma realizzare qualcosa di concreto, legato alla propria vita, improvvisamente tutto acquista un senso diverso, si evitano una marea di errori.
Si usa lo stesso “campo di gioco”, ma la partita è completamente diversa.
Il rischio di rimanere delusi è ridotto enormemente.

Le persone hanno bisogno di una finanza olistica, la società ha bisogno di una finanza olistica.
Il contesto normativo della consulenza finanziaria sta creando un ambiente favorevole allo sviluppo di una serie di professionisti del settore in grado di modificare, almeno in parte, la cultura finanziaria elevandola dal livello patologico/classico, al livello olistico.
Personalmente, dedicherò i prossimi anni della mia vita professionale a dare il mio piccolo contributo in questa direzione.
Mi auguro di avere tanti colleghi al mio fianco.

 

 

(1) Economic possibilities for our grandchildren, letto per la prima volta da Keynes nel 1928 nel corso di un evento seminariale, diventa il testo di una conferenza tenuta a Madrid nel giugno 1930 ed è pubblicato in due puntate in “The Nation and Atheneum”, 11 e 18 ottobre 1930. E’ stato poi pubblicato in The collected writings of John Maynard Keynes, vol IX, pp. 321-32. In italiano la pubblicazione più recente contenente la versione integrale tradotta è quella del volume collettaneo, da cui sono riprese le citazioni del presente articolo, John Maynard Keynes, La fine del laissez faire e altri scritti economico-politici, Introduzione di Giorgio Lunghini, Bollati Boringhieri, 1991. Recentemente il testo è stato riproposto a sé stante con nuova traduzione come Possibilità economiche per i nostri nipoti, a cura di Guido Rossi, Adelphi, 2009.