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Denaro e Spiritualità: ragione e concretezza verso la ricerca di senso (parte I)

Tempo di lettura: 19 minuti

«Il senso del mondo dev’essere fuori di esso. Nel mondo tutto è come è, e tutto avviene come avviene; in esso non v’è alcun valore — e se vi fosse, non avrebbe valore. Se v’è un valore che ha valore, esso dev’essere fuori d’ogni accadere ed esser-così. Poiché ogni accadere ed esser-così è accidentale.»
Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus (1921), 6.41


E il mio maestro m’insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire
Franco Battiato e Giusto Pio,
Prospettiva Nevski (1980)


Ogni individuo deve trovare il compito per il quale lottare nella propria vita
Viktor Frankl, Alla ricerca di un significato della vita (1946)

 

Sono molti mesi che non mi metto a scrivere articoli, nonostante sia una delle cose che più mi piace fare. L’attività che sto portando avanti con il progetto Omney – per quanto mi fornisca enormi soddisfazioni di altro genere – non mi lascia spazi di riflessione e condivisione in forme più lente e meditate come lo scrivere articoli. 

Sfrutto la calma delle vacanze estive per affrontare un tema particolarmente difficile e facilmente fraintendibile, ma che avverto sempre di più come urgente: il tema della spiritualità collegato a quello del denaro.

Denaro e spiritualità sono due termini carichi di significati psicologici profondi ed estremamente soggettivi. Possono significare cose molto diverse  per ciascuno di noi in base alle diversissime esperienze personali. Il rischio di essere fraintesi, parlando di queste cose, è più una certezza che un rischio. 

Diventa indispensabile, quindi, iniziare con alcune premesse, le quali non saranno certo sufficienti ad evitare tutti i fraintendimenti, ma che potranno – auspicabilmente – ridurne la portata. 

Questo articolo costituisce le premesse necessarie per il prossimo, nel quale potrò entrare più nel dettaglio pratico su come una visione spirituale (nel senso indicato in questo articolo) possa impattare nella gestione del denaro, in particolare nel mio campo di competenza professionale: gli investimenti finanziari ed una diversa visione della professione di consulente finanziario.
Come sempre, per i miei articoli, si tratta di un lavoro divulgativo che non può e non vuole avere il rigore di un testo accademico, ma vuole fornire punti di vista poco conosciuti e strumenti per approfondire. Userò le note per inserire fonti o argomentazioni più complesse. 

Spiritualità e ragione

Parlare di spiritualità presuppone una certa visione della realtà.

Nei tempi moderni si è molto diffusa una visione totalmente materialista, la quale porta a negare l’esistenza di una realtà al di fuori di ciò che sia diretta conseguenza della materia. Qui, con il termine “materia” intendo tutto ciò che è osservabile e misurabile con i nostri sensi o con gli strumenti che abbiamo creato (i campi quantistici, le particelle subatomiche che i campi esprimono, gli atomi, le sostanze chimiche, le molecole, ecc.). 

La nostra vita è colma di elementi immateriali a partire dai nostri pensieri e sentimenti. Pur essendo immateriali, questi elementi sono di fondamentale importanza per la nostra esistenza e indiscutibilmente producono effetti estremamente concreti.  

Secondo la visione materialista, gli aspetti immateriali dell’esistenza sono “fenomeni emergenti” della materia. Non sono cose che esistono in sé. Sono conseguenze degli aspetti materiali. L’ontologia (la natura ultime delle cose, cioè “ciò che esiste veramente”) risiederebbe, secondo questa visione, nella materia. 

Si tratta di una visione molto diffusa fra gli scienziati, molti dei quali si sentono a disagio nel parlare di cose “spirituali”. Per molte ragioni – storiche e sociali – che sarebbe troppo lungo spiegare, c’è una certa visione della scienza che ritiene svilente per uno scienziato parlare di fenomeni che non sono approcciabili con gli strumenti della scienza. Già parlare di filosofia è visto, per la maggioranza degli scienziati, con grande sospetto. Parlare di spiritualità è percepito come squalificante, associabile a un ciarlatano. Il sottinteso è: “se parli di spiritualità non sei credibile in quanto scienziato”. Questo stigma si estende anche ad altre professioni. Parlare di spiritualità – ad esempio – sembra quantomeno inappropriato per un consulente finanziario, come chi scrive. Per fortuna esistono anche numerosi grandi scienziati che non la pensano così, ma – per quanto siano numerosi – rimangono una minoranza. 

Lo scienziato per antonomasia, Albert Einstein scrisse:  «La scienza senza la religione è zoppa, la religione senza la scienza è cieca.». Spesso (quasi sempre) Einstein viene citato a sproposito. Questa è una citazione documentata, ma bisogna precisare che per Einstein il termine “religione” si riferiva a qualcosa di molto lontano dal Dio personale con la barba che giudica dal suo trono, lo chiarisce lui stesso nel libro da cui la citazione è tratta. Oltre ad Einstein, sono numerosi gli scienziati contemporanei di grandissimo calibro che hanno una visione simile. Per non appesantire l’articolo, nella prima nota (1) cito una decina di grandissimi scienziati che hanno espresso opinioni concordanti con la visione di Einstein. Ciò nonostante, il contesto culturale della scienza attuale continua a generare lo stigma di cui ho scritto. 

Al contrario, la visione spirituale del mondo accetta l’idea che esista “qualcosa” (in termini filosofici si userebbe il sostantivo “ente”, ma i più non lo capirebbero) che non deriva dalla materia, ma che è in grado di agire sulla materia stessa. Non posso soffermarmi qui sull’ampio dibattito filosofico intorno alla ragionevolezza di questa posizione (2), ma forse vale la pena segnalare almeno dove ultimamente sembra si sia arenato. Nel 1995 il famoso filosofo David Chalmers ha formulato quello che è diventato noto come il “problema difficile della coscienza”.  Questo problema si può formulare in modo semplice così: anche se potessimo spiegare integralmente come il cervello discrimina gli stimoli, integra le informazioni e governa il comportamento,  rimarrebbe comunque  intatta la domanda sul perché a tutto questo si accompagni un’esperienza vissuta in prima persona. Trent’anni dopo, quella domanda è ancora là dove Chalmers l’aveva lasciata.  Come scrive Philip Goff, la scienza moderna nasce con Galileo separando le qualità misurabili, che diventano il suo oggetto, dalle qualità sentite — il colore, il sapore, il dolore — che vengono collocate nell’osservatore e lasciate fuori. Quella mossa ha reso possibile la matematizzazione della natura e quattro secoli di successi dovuti proprio al fatto che la fisica è stata progettata per escludere la coscienza. Stupirsi che poi non la ritrovi è come stupirsi di non pescare l’acqua con la rete.

Uno dei  filosofi atei viventi fra i più autorevoli è probabilmente Thomas Nagel. Celebre il suo libro del 1974 dal titolo: What Is It Like to Be a Bat? Nel 2012 ha pubblicato per Oxford University Press un libro (“Mind and Cosmos”) il cui sottotitolo, tradotto, suona più o meno così: “perché la concezione materialista neodarwiniana della natura è quasi certamente falsa”. In un testo precedente (The Last Word, del 1997) Nagel aveva scritto con una onestà che gli fa onore di volere che l’ateismo sia vero. La frase precisa: “I want atheism to be true and am made uneasy by the fact that some of the most intelligent and well-informed people I know are religious believers. It isn’t just that I don’t believe in God and, naturally, hope that I’m right in my belief. It’s that I hope there is no God! I don’t want there to be a God; I don’t want the universe to be like that.” Il desiderio, insomma, abita entrambe le sponde. 

L’aspetto che qui mi preme sottolineare è che una visione spirituale della vita non richiede in nessun modo di abbandonare la logica, la ragione o l’intelletto. Tutt’altro! In nessun modo una visione spirituale del mondo presuppone creduloneria o può essere considerata una posizione intellettuale più debole rispetto a quella materialista. E’ tanto legittimo abbracciarla quanto non farlo, ma è intellettualmente disonesto considerarla una posizione più debole rispetto a quella contrapposta.

Non c’è alcun dubbio che una visione spirituale del mondo esponga il fianco a ciarlatani, se il soggetto che vi entra in contatto non è abituato al pensiero critico. Il problema dell’approfittarsi delle persone intellettualmente deboli non riguarda la visione spirituale del mondo, ma l’assenza del pensiero critico. Tantissimi ciarlatani usano argomentazioni pseudoscientifiche per abbindolare persone prive di pensiero critico, questo non significa che sia la scienza, di per sé, a prestare il fianco ai ciarlatani, tutt’altro. Lo stesso vale per la spiritualità.

La scienza non può in nessun modo né provare, né negare che esista qualcosa che non sia “materia” (nel senso sopra indicato) ma che interagisca con essa. Ciò semplicemente perché si tratta di qualcosa che è al di fuori della stessa natura di scienza. Sarebbe come chiedere a un pesce di volare oppure a un sasso di muoversi spontaneamente. La scienza è un metodo di indagine su ciò che è materiale: per definizione non può dire nulla su ciò che non è materiale. Questo non vuol dire, automaticamente, che debba esserci qualcosa di non materiale, ma neppure il suo contrario. Significa solo che la questione rimane aperta e che ciascuno può applicare i propri strumenti intellettivi ed esperienziali per maturare una propria opinione, senza minimamente per questo abdicare alla sua parte razionale.

Ogni volta che ho avuto l’opportunità ed il piacere di intraprendere un dialogo profondo con persone che si dichiaravano materialiste, siamo arrivati ad un punto nel quale abbiamo concordato che il disaccordo era fondamentalmente linguistico. Nella mia esperienza sono veramente molto poche le persone radicalmente materialiste.  Non v’è alcun dubbio che le rispettive caricature delle due posizioni siano insensate. Sia le interpretazioni letterali o ingenue dei testi sacri (o peggio: alcune derive new age), così come l’applicazione della scienza come l’unica chiave di lettura per ogni aspetto dell’essere umano sono, appunto, caricature. Nella grande maggioranza dei casi le persone abitano uno spazio intermedio nel quale riservano alla razionalità alcuni ambiti della propria vita, ma accettano che esistono altri ambiti nei quali semplicemente non possiamo sapere e restano aperti ad interpretazioni che implichino i presupposti della spiritualità. Moltissime cose estremamente rilevanti nella nostra vita, semplicemente sono e restano un mistero. Non perché la scienza o la ragione non ci sono ancora arrivate, ma perché appartengono ad una dimensione diversa ed inaccessibile a questo genere di strumenti. La spiritualità è una diversa forma di indagine di questo genere di misteri. 

Spiritualità e concretezza

Ci sono moltissime definizioni possibili di spiritualità e tutte possono essere corrette per alcuni aspetti ed errate per altri. Il trattato più interessante (e per me condivisibile) che abbia mai letto su cosa sia la spiritualità si trova in un libro che consiglio caldamente agli appassionati della materia dal titolo “Economia per lo sviluppo umano integrale” scritto da Mario Biggieri, Guidoalberto Bormolini e Giulio Guarini. Sarebbe impossibile in un articolo divulgativo entrare così nel profondo di questo tema.  Seguo quindi la strada opposta ed utilizzo la definizione più concisa ed al tempo stesso più efficace che posso pensare di spiritualità. E’ questa: esperienza del Tutto.

La parola “esperienza” è fondamentale. La spiritualità non è filosofia, non è discettazione. La filosofia è il mio primo amore intellettuale, ma disquisire di spiritualità non è spiritualità. A me affascina e lo farei per giorni interi, ma è una cosa diversa.  La spiritualità non significa neppure credere. Quando parlo di questi temi con conoscenti, quasi sempre qualcuno mi dice: “purtroppo non ho il dono della fede”. Certamente la spiritualità è fede, ma la fede è un termine molto frainteso da chi non ha avuto un’esperienza autenticamente spirituale. Non si crede al fatto che il sole scaldi, non si crede al fatto che il cibo plachi la fame, non si crede al fatto che esistiamo. Sappiamo tutte queste cose perché ne abbiamo un’esperienza diretta. Dopo aver avuto un’esperienza diretta di ciò che non è materiale, allora si può sviluppare una fiducia (fede) che quella parte della realtà possa agire positivamente nella nostra vita. Questa è fede autentica: fiducia nel fatto che la parte spirituale dell’esistenza (comunque la si voglia chiamare) saprà sempre prendersi cura di noi, non come noi crediamo debba fare, ma come il Tutto sa che è buono per noi (“noi”, nel senso di chi siamo oltre le forme). 

La spiritualità non è neppure seguire una certa religione o sforzarsi di praticare una certa morale o determinate pratiche. Con questo non voglio dire che ci sia qualcosa di necessariamente sbagliato nelle religioni, nella morale o nelle pratiche. Tutte possono essere cose al tempo stesso molto buone o molto dannose, in base allo stato interiore dal quale le viviamo. Fino a quando non c’è l’esperienza diretta, stiamo parlando di altro.
Immaginiamoci una intelligenza artificiale generativa come Claude, Gemini o ChatGPT al quale chiediamo di dirci l’esperienza del primo bacio tra due innamorati. A seconda di come impostiamo il prompt potrà avere un registro più poetico, oppure uno più scientifico e raccontarci cosa avviene nel corpo a livello fisiologico, oppure potrà sottolineare l’aspetto più psicologico.  

Tutte queste cose, però, saranno lontanissime dalla reale esperienza di quel bacio. Solo chi ha veramente provato quell’esperienza potrà richiamarla a sé, magari anche attraverso le parole composte dall’LLM. Ma un conto sono quelle parole, che possono essere anche bellissime come nella nota (3) qui sotto, cosa completamente diversa è l’esperienza. 

La seconda parola della definizione che ho proposto è Tutto, con la “T” maiuscola, intendendo tutto ciò che esiste di materiale e di immateriale. Possiamo chiamarlo Assoluto, Dio, Oltre, Uno o come vogliamo. Forse la cosa migliore sarebbe proprio non chiamarlo. In ogni caso, si riferisce a quell’entità consapevole che comprende ogni cosa che esiste, anche in potenza. Come ho scritto nel paragrafo precedente, questa definizione presuppone una certa visione della realtà. Per un materialista convinto la frase “esperienza del Tutto” semplicemente non ha alcun senso. 

Voglio però sottolineare che questa definizione ci fa subito incontrare una costante di qualsiasi via spirituale: il paradosso.  

Se ragioniamo con una logica aristotelica, come siamo abituati a fare, una parte non può fare esperienza del Tutto. Per definizione: se è parte, non può esperire il Tutto. Il paradosso nasce da un problema di linguaggio. 

Le esperienze autenticamente spirituali sono indicibili nel senso letterale del termine. Non possono essere espresse a parole, non solo perché non abbiamo le parole (che al limite potrebbero essere inventate) ma soprattutto perché la struttura della lingua presuppone una realtà che l’esperienza spirituale mette in discussione. La stessa struttura di “soggetto e verbo” è messa in crisi dall’esperienza spirituale. 

Il primo capitolo del Daodejing (o Tao Te Ching) di Laozi, uno dei più antichi testi sapienziali del genere umano, si apre con questa frase: «Il Tao che può essere detto non è l’eterno Tao». Il Tao è precisamente il Tutto, con la “T” maiuscola, della definizione di spiritualità che ho proposto all’inizio di questa sezione. 

Penso sia utile sottolineare che questo non è in contraddizione con quanto già scritto sopra sulla ragione. Riconoscere razionalmente i limiti della ragione è l’esercizio più alto che se ne possa fare. Lo stesso Wittgenstein, dopo aver costruito un’opera di rigore logico assoluto, concluse che ciò che conta davvero “si mostra” e non si può dire. Diversamente dalla precedente, questa sezione dell’articolo non vuole proporre argomentazioni a sostegno di una specifica tesi, ma ribadire piuttosto l’importanza dell’esperienza in prima persona. Vuole inoltre riportare il punto di vista espresso da tante persone che quell’esperienza l’hanno già fatta. Tali punti di vista non hanno la pretesa di essere logicamente inattaccabili, ma vogliono solo invitare a fare l’esperienza in prima persona. 

Le persone che hanno avuto un’esperienza di contatto, anche fugace, con il Tutto, sono molto più numerose di quello che potrebbe pensare chi non le ha mai vissute. È molto probabile che ogni persona che legge questo articolo conosca almeno una persona che l’ha avuta. Spesso accadono spontaneamente, ma chi le vive tende a tenerle per sé (oppure a confidarle segretamente alle persone più intime) anche perché si fa molta fatica a spiegarle e si teme di essere fraintese. Altre volte accadono, ma l’assenza di una specifica cultura in materia tende a non farle riconoscere come tali: vengono razionalizzate e ricondotte all’interno di concetti già conosciuti. 

Esistono anche tantissime tipologie di pratiche – dentro e fuori organizzazioni che si richiamano a qualche forma di religione –  che agevolano l’insorgere di questo genere di esperienze. Praticamente tutte le tradizioni sapienziali umane hanno sviluppato pratiche di questo tipo. Nella nostra cultura occidentale, tra le più antiche pratiche organizzate risalgono ai misteri eleusini (circa 3.500 anni fa), ma ogni cultura ed ogni epoca ha avuto ed ha svariate tipologie di pratiche che portano a forme di contatto con il trascendente.

Più rare, ma comunque facilmente accessibili in ogni luogo ed ogni epoca, sono le persone che vivono costantemente con questo stato di presenza o che riescono facilmente a “tornarci”. Questo secondo tipo di “persone” (a questo punto le parole iniziano a mostrare i loro limiti) vengono chiamate anche “risvegliati”, sebbene il termine sia sbagliato, proprio a causa dei paradossi di cui ho già scritto. Esiste indubbiamente il Risveglio, ma non esiste “il risvegliato” proprio perché, attraverso l’esperienza del Risveglio, la “persona” che la prova assume una prospettiva che dissolve il concetto stesso di persona: se c’è il Risveglio non c’è più la “persona” che lo prova. Se qualcuno si fa chiamare “risvegliato” è assai probabile che non abbia esperito il Risveglio e potrebbe essere un ciarlatano. 

Un’esperienza autenticamente spirituale si riconosce facilmente da una caratteristica: è trasformativa. Se l’esperienza non ribalta l’ordine dei valori di chi la prova (di conseguenza: il comportamento) significa che stiamo parlando di un insieme di belle parole, di concetti mentali, magari anche di qualche buona pratica, ma non stiamo parlando di Spiritualità nel senso che ho cercato di esprimere con la definizione iniziale. 

Dopo che un bambino si sarà scottato con il fuoco, lo eviterà non perché segue qualche insegnamento, ma perché non potrebbe in nessun modo fare diversamente. 

Quando una persona ha fatto l’esperienza del Tutto, non può scegliere se cambiare o meno. L’esperienza che ha fatto rende inevitabile un diverso atteggiamento nei confronti della Vita (che è un altro nome del Tutto). Cambia anche il rapporto con “sorella Morte”, perché realizza che è semplicemente uno dei tanti passaggi che abbiamo già fatto moltissime volte in passato e che facciamo continuamente, anche nell’attuale esperienza terrena. Continuamente moriamo a qualche identità per rinascere a qualche altra identità. Con la morte fisica, questo processo è associato anche ad un cambio di stato materiale, ma non è niente che possa realmente intaccare chi siamo nel profondo. 

Per questo ritengo che un’esperienza autenticamente spirituale sia quanto di più concreto, pratico, possa esserci per un essere umano. Non c’è nessun’altra esperienza più trasformativa, che impatta ogni aspetto della nostra vita, compreso, ovviamente, il rapporto con il denaro. 

Spiritualità e ricerca di senso

Che li si riconosca o che si neghino, gli esseri umani hanno dei bisogni spirituali. Anche negandoli, si manifesteranno comunque. 

Si può tentare di soddisfarli con dei surrogati, come le cose materiali, ma non si potrà mai placare quel genere di “fame spirituale” con oggetti materiali. 

Uno dei principali bisogni spirituali è la necessità di dare senso alle cose: significato alla propria vita, a tutto ciò che facciamo ed è intorno a noi. Perché esistiamo? Perché scegliere una direzione invece di un’altra? Siamo macchine biologiche apparse casualmente e destinate a scomparire, oppure la nostra esistenza ha uno scopo che siamo chiamati a riconoscere e perseguire e che prosegue anche dopo che lasceremo il nostro corpo materiale? 

Le risposte alle domande di senso non possono emergere da una visione materialista. È impossibile in quanto la visione rigorosamente materialista esclude costituzionalmente lo scopo tra le possibili opzioni. L’universo sarebbe costituito unicamente da meccanismi, fisici o biologici (noi compresi), mossi da forze inanimate che non perseguono alcuno scopo. Per questo, tale visione (nella mia esperienza molto rara, almeno nella versione più radicale, ma curiosamente considerata molto autorevole, quasi indiscutibile) lascia un profondo senso di insoddisfazione, la quale affama la nostra componente spirituale, che la si riconosca o meno.  

Tra gli autori contemporanei che maggiormente hanno approfondito il tema del bisogno di senso per gli esseri umani svetta certamente Viktor Frankl, autore del famosissimo libro “Uno psicologo nei lager”. In quel libro Frankl racconta la sua toccante ed illuminante esperienza. Appena giunto nel lager, i compagni più veterani gli pronosticarono, sulla base delle sue caratteristiche fisiche,  che non sarebbe sopravvissuto oltre pochi mesi. Frankl, invece, fu uno dei pochi che sopravvisse. In quella terribile esperienza si rese conto dell’importanza imprescindibile di avere un compito, uno scopo, una ragione per vivere. La sua esperienza, infatti, non era isolata.  Coloro che avevano un compito che li aspettava per essere portato a termine trovavano la forza per superare gli abomini dei campi di concentramento.

Da questo nucleo di riflessioni si è strutturata l’analisi esistenziale, cioè quell’impianto teorico-antropologico che costituisce le premesse della logoterapia (terapia del significato), spesso indicata come la terza scuola viennese di psicoterapia, dopo la psicoanalisi di Freud e la psicologia individuale di Adler.

Chiaramente è impossibile affrontare in modo esaustivo l’analisi esistenziale in questo articolo. Invito caldamente chi fosse interessato a leggere il best-seller internazionale: “Alla ricerca di un significato nella vita” del 1946.  Qui voglio sintetizzare solo tre concetti chiave che saranno molto utili nel prossimo articolo di questa serie. 

  • Volontà di significato (Wille zum Sinn): secondo Frankl, la ricerca di senso è una motivazione umana primaria, accanto e oltre la volontà di piacere freudiana e la volontà di potenza adleriana. 
  • Vuoto esistenziale (existenzielles Vakuum): quando il bisogno di senso resta insoddisfatto, l’essere umano entra in uno stato patologico generatore di una tipologia di nevrosi (noogena) che Frankl stima in circa il 20% di tutte le nevrosi (per totale trasparenza ed onestà intellettuale, questo dato non è mai stato dimostrato). 
  • Triade dei valori: come ricercare il senso della vita? Attraverso tre categorie di valori: creativi, (ciò che diamo al mondo), esperienziali (ciò che riceviamo) e di atteggiamento (la posizione che assumiamo davanti alla sofferenza inevitabile).

Una delle più ampie meta-analisi disponibili (Sutin A., Zavala D., ed altri (2026), “Purpose in life and mortality: A meta-analysis of the published literature and individual-participant data of 488,765 participants followed for up to 32 years”, in Psychological Medicine, 56, e214, pp. 1-12) rileva un’associazione robusta tra maggiore scopo della vita e minore mortalità, associazione che si attenua ma permane anche dopo numerosi controlli. 

Uno dei temi più interessanti che sono emersi dalla continuazione di questo filone culturale – centrale nel tema denaro e spiritualità – è il rapporto tra felicità e significato. 

Anche il fondatore della psicologia umanistica, Abraham H. Maslow, era convinto, come Frankl, che la ricerca di senso fosse una motivazione primaria. Per Maslow la felicità, nel senso profondo del termine, sarebbe una manifestazione laterale dell’aver raggiunto il proprio scopo. Non la si può mai raggiungere direttamente, ma solo come sottoprodotto della realizzazione di qualche  altro obiettivo. Paradossalmente, più l’uomo cerca il piacere ed il godimento (non associato ad uno scopo superiore), più rimane frustrato nei confronti della propria motivazione “primaria”. Non può dunque essere felice in senso profondo.

Il tema del rapporto tra denaro e “felicità” (più propriamente: benessere emotivo), recentemente, è stato indagato anche da nomi molto importanti nel mondo dell’economia e della finanza. 

Ha fatto molto clamore lo studio del 2010 di Kahneman e Deaton secondo il quale il benessere emotivo cresce col reddito fino a circa 75.000 dollari annui per poi appiattirsi. Lo studio si inseriva in un dibattito avviato nel 1974 da Richard A. Easterlin con un paper rimasto famoso dal titolo “Does Economic Growth Improve the Human Lot? Some Empirical Evidence”. I risultati di Kahneman sarebbero poi stati confutati da Killingsworth nel 2021, usando il campionamento dell’esperienza invece del ricordo retrospettivo e trovando che il benessere continuava a crescere senza soglia.
Infine, nel 2023, è stato pubblicato uno studio frutto di una collaborazione avversariale firmato sia da Kahneman, sia da Killingsworth con la facilitazione della dottoressa Barbara Mellers che si sono uniti per analizzare nuovamente l’enorme dataset di Killingsworth (oltre 1,7 milioni di risposte istantanee da più di 33.000 partecipanti). Per inciso, mi fa piacere sottolineare come sarebbe bello se nel mondo della ricerca scientifica le collaborazioni avversariali (4) fossero molto più diffuse di come sono attualmente. Il problema dei meccanismi di incentivi associati alla pubblicazione di lavori scientifici diventa, purtroppo, ogni giorno sempre più grave. 

La collaborazione avversariale ha evidenziato che la controversia nasceva da imprecisioni di misurazione compiute da entrambe le parti. Una volta risolti questi errori, dallo studio è emerso che il denaro non agisce su tutti allo stesso modo: per una minoranza cronicamente infelice (circa il 20%) funziona come un riduttore di stress fino a circa $100.000/anno (negli USA) e poi perde efficacia; per la maggioranza delle persone fondamentalmente serene o felici, maggiori risorse economiche continuano a incrementare la qualità dell’esperienza quotidiana.

Non è quindi, il denaro in sé a incrementare il benessere emotivo, ma la combinazione tra le disponibilità economiche e lo stato interiore delle persone che lo utilizzano. Lo studio descrive un fenomeno psicologico: una minoranza per cui il denaro smette di aiutare oltre una certa soglia. Letta con la lente proposta in questo articolo, quella condizione può essere interpretata come il segno di un bisogno spirituale rimasto insoddisfatto: la stessa “fame” che nessun surrogato materiale riesce a placare. È quella componente, se si accetta la chiave di lettura qui proposta, a decidere se la ricchezza aggiuntiva porti davvero beneficio.

Conclusione

Abbiamo visto come una visione del mondo che includa la spiritualità sia imprescindibile per soddisfare uno dei bisogni primari dell’essere umano: il bisogno di significato. Contrariamente a quanto sia comune pensare, in particolare a causa di una certa visione caricaturalmente scientifica (o “scientista”), accogliere la spiritualità nella propria visione del mondo non implica in nessun modo abdicare alla ragione, tutt’altro. Proprio la massima forma di utilizzo della ragione, come in Wittgenstein, consiste nel riconoscere i suoi limiti. Infine, abbiamo ribadito che per spiritualità non intendiamo l’adesione ad uno specifico credo religioso, sistema morale o di pratiche formali. Intendiamo una forma di esperienza che può anche essere del tutto laica e che è molto più frequente di quanto si possa pensare, anche se spesso non riconosciuta come tale. 

Con questo, spero di aver posto delle solide basi per affrontare nel prossimo articolo gli aspetti più direttamente connessi alla gestione del denaro, degli investimenti finanziari e del ruolo della consulenza finanziaria che riconosca l’importanza degli aspetti spirituali in relazione al denaro. 

 


Note
(1) Cito solo alcuni scienziati di indubbia autorevolezza e rilevanza accademica che hanno messo in discussione una visione prettamente materialista o – quantomeno – non si sono posti in dialogo con chi ha una visione spirituale senza screditarla a priori, insieme ad una loro citazione (verificata) che esprime il loro pensiero circa gli aspetti non strettamente materialisti della vita. 

Max Planck (1858-1947) — Premio Nobel per la Fisica 1918 considerato il padre della fisica quantistica. «Non credo si possa spiegare la coscienza in termini di materia e delle sue leggi… Considero la coscienza come fondamentale. Considero la materia come derivata dalla coscienza.»

Erwin Schrödinger (1887-1961) — Premio Nobel per la Fisica 1933 «Mentre tutti i mattoni per il quadro scientifico del mondo sono forniti dai sensi in quanto organi della mente, mentre il quadro del mondo stesso è e rimane per ciascuno una costruzione della sua mente e al di fuori di essa non ha esistenza dimostrabile, la mente stessa rimane un’estranea in quel quadro: non vi ha posto, non la si può trovare da nessuna parte in esso. […] La molteplicità è solo apparente: in verità, c’è una sola mente.»

Charles H. Townes (1915-2015) — Premio Nobel per la Fisica 1964, inventore del maser e del laser.  «Penso che religione e scienza, fede e scienza, siano davvero parallele. Entrambe comportano l’osservazione di come stanno realmente le cose e il tentativo di capire come mettere tutto insieme. Nel caso della scienza, esaminiamo come funzionano le cose. Nel caso della fede o della religione, cerchiamo di esaminare di che cosa si tratti in questo mondo, di che cosa si tratti nella vita, e cerchiamo di metterlo insieme e di comprenderne il significato.»

Roger Penrose (1931) — Premio Nobel per la Fisica 2020, matematico e fisico a Oxford.  «Abbiamo bisogno di una rivoluzione radicale nella nostra comprensione del mondo fisico per fare posto alla coscienza.»

Bernard d’Espagnat (1921-2015) — fisico teorico, Orsay e CERN, fra i protagonisti del lavoro sperimentale sul teorema di Bell. Premio Templeton 2009.  «Il mistero non è qualcosa di negativo che debba essere eliminato. Al contrario, è uno degli elementi costitutivi dell’essere.»

Freeman Dyson (1923-2020) — fisico teorico all’Institute for Advanced Study di Princeton.  «Scienza e religione sono due finestre attraverso cui la gente guarda, cercando di capire il grande universo là fuori, cercando di capire perché siamo qui. Le due finestre offrono vedute diverse, ma si affacciano sullo stesso universo. Entrambe le vedute sono parziali, nessuna delle due è completa. […] I guai cominciano quando la scienza o la religione rivendicano una giurisdizione universale, quando il dogma religioso o il dogma scientifico pretendono di essere infallibili. I creazionisti religiosi e i materialisti scientifici sono ugualmente dogmatici.»»

John C. Polkinghorne (1930-2021) — professore di fisica teorica a Cambridge, coinvolto nella scoperta del quark; lascia la cattedra nel 1979 e viene ordinato prete anglicano nel 1982.  «Voglio prendere scienza e religione con grande e uguale serietà. Le vedo come complementari fra loro e non come rivali. La cosa più importante che hanno in comune è che entrambe credono che ci sia una verità da cercare e da trovare, una verità il cui raggiungimento passa attraverso il perseguimento di una convinzione ben motivata.»

Marcelo Gleiser (1959) — fisico teorico, Dartmouth College. Agnostico dichiarato.  «Onestamente penso che l’ateismo sia incoerente con il metodo scientifico. Che cos’è l’ateismo? È un’affermazione, un’affermazione categorica che esprime una credenza nella non-credenza.»

Guido Tonelli (1950) — fisico, CERN, fra i responsabili dell’esperimento CMS nella scoperta del bosone di Higgs. Ateo dichiarato.  «Mi considero ateo. Non credo in Dio, nel senso che non credo in una entità sovrannaturale che ordina e presiede l’universo. Sono uno scienziato e investigo la natura, tutto quello che è “oltre” non rientra nel mio sapere. […] La fede è una scelta individuale, un dono personale; io sono ateo ma conosco ottimi scienziati profondamente credenti. […] Fare lo scienziato non ti dà strumenti speciali per parlare di Dio. Puoi solo dire che i fenomeni naturali che osserviamo sono spiegabili solo con leggi interne alla natura. Il rapporto con Dio nasce invece da un atto di fede

Federico Faggin (1941) —  inventore del CMOS, del microprocessore del touchscreen, National Medal of Technology and Innovation «Scienza e spiritualità possono produrre un qualcosa di incommensurabilmente più potente della loro somma.[…] La coscienza deve esistere prima della materia, dell’energia, dello spazio e del tempo.»

 

(2): Chi volesse approfondire l’aspetto della ragionevolezza della fede, dal mio punto di vista, non può non partire dal grandissimo Blaise Pascal, il quale, curiosamente, ha forti collegamenti anche con il pensiero dell’analisi finanziaria. I suoi Pensieri restano, a mio avviso, un’opera inarrivabile. Pascal, fra l’altro, è una persona che ha documentato la sua esperienza spirituale con una nota che teneva cucita nella sua giacca.
Un altro autore che non si può non citare è Immanuel Kant, “La religione entro i limiti della sola ragione”. Precedentemente già Tommaso d’Aquino aveva scritto cose conclusive sul tema nella sua Summa Theologiae

(3): Prompt a Gemini 3.6: “dimmi l’esperienza del primo bacio fra due innamorati”
Risposta:
Il primo bacio tra due persone innamorate non è mai un semplice gesto fisico; è il momento esatto in cui il rumore del mondo sfoca e l’universo si rimpicciolisce fino a coincidere con uno spazio infinitesimo. Prima ancora che le labbra si tocchino, l’esperienza vive di una sospensione elettrica. L’aria si fa densa, carica di un’attesa quasi udibile, dove ogni respiro diventa esitante e il battito del cuore sembra rimbombare nelle tempie.

In quel secondo che precede il contatto, c’è un’alchimia unica fatta di timidezza e desiderio. Gli sguardi si cercano e si abbassano, catturati da una gravitazione inevitabile. Spesso c’è un gesto spontaneo che accompagna l’avvicinamento: una mano che sfiora una guancia, un dito che sposta una ciocca di capelli dal viso, o un abbraccio leggero che serve ad azzerare la distanza e ancorarsi all’altro prima di fare il salto. Quando le labbra finalmente si incontrano, il primo tocco è quasi sempre cauto, una carezza timida che chiede permesso. Poi, in una frazione di secondo, la tensione si scioglie in un senso di calore profondo e sollievo. Il tempo perde la sua cadenza normale: tre secondi possono sembrare un’eternità perfetta. È la sensazione improvvisa di trovarsi a casa, la conferma tangibile che i pensieri, le paure e i desideri vissuti in solitudine erano esattamente gli stessi dall’altra parte. Riaprire gli occhi subito dopo è un piccolo risveglio. C’è spesso un sorriso incontrollabile che fiorisce tra i due, una risata sommessa d’intesa o uno sguardo nuovo, complice e smascherato. Quel primo bacio non è soltanto la conclusione di un’attesa, ma la fondazione di un linguaggio privato, un punto di non ritorno oltre il quale due persone smettono di chiedersi cosa provano e iniziano semplicemente a viverlo insieme.

(4) La collaborazione avversariale (adversarial collaboration) è un approccio scientifico promosso in ambito psicologico ed economico (di cui Daniel Kahneman è stato uno dei principali sostenitori) pensato per risolvere le controversie empiriche e superare le forme di confirmation bias (il pregiudizio di conferma).  Quando due ricercatori o gruppi di ricerca pubblicano risultati opposti sullo stesso tema, la prassi accademica tradizionale prevede che ciascuna parte continui a pubblicare repliche, articoli di risposta o critiche metodologiche a distanza. Questo processo spesso non porta a una risoluzione, poiché ogni gruppo tende ad analizzare i dati focalizzandosi sui punti di forza della propria tesi.  La collaborazione avversariale ribalta questa logica. Gli studiosi con tesi contrarie accettano di formare un unico team di ricerca.  La ricerca viene guidata o coordinata da un garante super partes o facilitatore neutrale. I contendenti concordano in anticipo le ipotesi da testare, la metodologia statistica da applicare o il disegno sperimentale da eseguire, impegnandosi ad accettare e pubblicare insieme i risultati finali, qualunque essi siano.

 

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