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Quanto vale Tesla? E’ il momento di vendere tutto?

Questo è il quarto articolo che scrivo su Tesla e, per chi segue ciò che scrivo da anni, la cosa apparirà molto singolare perché ho passato una vita a dire agli investitori non esperti che è opportuno stare alla larga da singoli titoli azionari perché implicano un rischio specifico il quale, per essere adeguatamente gestito, implica l’assunzione di rischi e costi (anche informativi) in genere insostenibili per gli investitori non professionali. 

Nel caso di Tesla feci un’eccezione un anno fa, il 4 Febbraio 2020, dopo diversi mesi nel quale, avendo scritto l’articolo (“Cosa può insegnarci la folle corsa di Tesla?”), mi arrovellavo il cervello per stabilire se fosse o meno il caso di pubblicarlo. 

Pur consapevole che Tesla era – in quel momento – un caso più unico che raro, volevo usare il caso più come espediente per spiegare l’importanza di impostare piani d’investimento sulla base di obiettivi “S.M.A.R.T.”.

Il cuore dell’articolo, infatti, era un progetto d’investimento che si poneva l’obiettivo di acquistare un’auto Tesla impiegando solo la metà del capitale, usando l’ipotizzata crescita del valore delle azioni come mezzo per ottenere l’altra metà nell’arco di 5 anni 

Successivamente alla pubblicazione del primo articolo, dopo una discesa abbastanza rovinosa e molta volatilità, è “andato sullo spazio” come tutti oggi sanno. Nel precedente articolo che ho scritto su Tesla (“Cosa possiamo imparare sui mercati azionari dal “caso Tesla”?) ho messo il grafico con indicati i punti di che avrebbero, seguendo il piano, consentito di acquistare a prezzi oggi considerati super-interessanti. 

Chi avesse seguito il suggerimento espresso nel primo articolo oggi, a distanza di un anno, non solo avrebbe già raggiunto l’obiettivo, ma la il valore dell’auto l’avrebbe raggiunto solo con le plusvalenze. 

 

Tutti gli articoli che ho scritto sul Tesla hanno sempre usato questo caso come strumento per spiegare qualche specifico concetto sui mercati finanziari. 

In questo articolo, il tema è la valutazione di un titolo azionario. 

 

Quanto vale Tesla?

Da molti esperti analisti finanziari, Tesla è considerata oggi il simbolo di una valutazione folle. Una schiera, molto più piccola, di analisti inizia a dire che il prezzo attuale, ha ancora molti margini per crescere. Chi ha ragione? 

Per tentare di capirlo è utile comprendere cos’è e come si stabilisce il “valore” di un’azienda. Semplificando moltissimo, per tentare di farmi capire, e andando al cuore del discorso, il valore di un’azienda è la cifra che colui che effettua tale valutazione ritiene congruo pagare per avere accesso ai flussi di cassa positivi (cioè la differenza fra entrate ed uscite) che stima possa realizzare nel corso degli anni futuri. Questi flussi di cassa positivi possono tradursi talvolta in utili, altre volte in investimenti che accrescono la capacità futura dell’azienda di generare flussi di cassa positivi ancora più grandi (e quindi il valore). 

Ad esempio, Tesla fa pochissimi utili, ma sta facendo enormi investimenti che gli consentiranno di produrre svariati milioni di auto all’anno fra 5/10 anni. 

Sebbene esistano diversi modi per tentare di stimare il valore di un’azienda, la metodologia più importante è quella di stimare questi flussi di cassa.

 

E’ fondamentale comprendere che ci sono diversi tipi di aziende, le modalità e l’affidabilità con la quale si fanno queste valutazioni è molto diversa in base al tipo di azienda che stiamo analizzando. Ci sono aziende “neonate”, come le start-up che hanno poco più di un’idea da “vendere”. Ci sono aziende molto consolidate, che potremmo definire “vecchie” e che hanno una super-organizzazione al servizio di un prodotto che fondamentalmente verrà sostituito come è stata la Kodak o la Nokia diverso tempo fa e come saranno a breve diverse aziende che vendono auto a combustione interna. Poi ci sono anche, rarissime, aziende che sanno re-inventarsi come Apple e che riescono a cavalcare l’onda dell’innovazione tecnologica. Ma in linea di massima le aziende hanno un ciclo di vita, simile alle persone. 

Valutare un’azienda “adulta” è molto più facile di un’azienda “bambina”. 

I flussi di cassa futuri dell’azienda “adulta” sono tendenzialmente più stabili. 

Nel valutare un’azienda “bambina” l’incertezza su cosa sarà in grado di fare con quel nuovo prodotto/servizio è incredibilmente più elevata e – di conseguenza – l’investimento ha molti più margini per tramutarsi in un grandioso o disastroso affare. 

 

La prevalenza della storia sui numeri

Uno dei massimi esperti mondiali di valutazione di aziende è il prof. Aswath Damodaran, che ho più volte citato nei miei articoli. Purtroppo è pochissimo tradotto in Italiano (giusto due o tre libri più tecnici), di conseguenza nel nostro paese non è molto conosciuto, ma a livello mondiale è una vera istituzione. 

Nel 2017 è uscito con questo bellissimo libro dal titolo “Narrative and Numbers: The Value of Stories in Business” di cui cerco di riassumere il concetto chiave nei prossimi paragrafi. 

Esistono persone più attratte dai numeri e persone più attratte dalle storie, ma per valutare un’azienda è necessario usare correttamente entrambe queste predisposizioni. 

Si parte necessariamente dal definire una narrativa sull’evoluzione attesa dell’azienda. Si può utilizzare anche la parola, apparentemente più professionale di “scenario”, ma – di fatto – è una narrativa, una storia, che ci raccontiamo. Ovviamente questa storia deve essere certamente possibile, ragionevolmente plausibile e auspicabilmente probabile, ma si tratta sempre di una storia. 

Quando sentite dire ad un analista che secondo i suoi calcoli una azienda è sopra o sotto valutata, la prima richiesta che è necessario porre all’analista è: descrivimi quale storia sta alla base di questi numeri.

La storia deve rispondere a molte domande del tipo: come sarà cambiata, fra 5 o 10 anni, l’azienda in termini di prodotti, vendite e mercati ai quali si rivolge? In che modo sarà cambiato il suo mercato di riferimento?  

Una volta definita molto bene la narrativa, che sta alla base della valutazione, da questa si possono estrarre i dati per poter stimare i flussi di cassa. Quanti prodotti/servizi venderà questa azienda nei prossimi anni? Come è ragionevole supporre che evolveranno i prezzi di vendita ed i costi di produzione (e quindi i margini operativi lordi)?

Dopo aver definito bene la storia ed aver verificato attraverso tutte le fonti d’informazione immaginabili che questa storia è possibile, plausibile e probabile bisogna saper lavorare bene con i numeri. 

Si può aver azzeccato anche la narrativa giusta, ma se poi non si fanno bene i calcoli, è possibilissimo perdere comunque soldi o guadagnare troppo poco rispetto ai rischi assunti. 

 

Torniamo con il nostro esempio preferito: Tesla. 

Ipotizziamo che una persona si convinca che Tesla nei prossimi 10 anni diventi il maggior produttore mondiale di veicoli in assoluto (sia fra quelli elettrici che a combustione interna) e sulla base di questa ipotesi vogliamo comprare le azioni. 

Questa persona non avrebbe fatto bene i calcoli, perché l’attuale valutazione di Tesla già implica questa ipotesi. Qualora si realizzasse “solo” (si fa per dire) questa ipotesi, i numeri ci dicono che gli utili futuri di Tesla non giustificherebbero le attuali valutazioni neppure se Tesla fra 10 anni diventasse il più grande produttore al mondo di auto. 

Sono molto poche le persone che oggi acquistano il titolo Tesla in modo veramente consapevole, ma coloro che lo fanno, lo fanno sulla base di una narrativa molto diversa rispetto a quella del costruttore di auto. 

 

Tesla è da vendere?

Visto il già citato articolo che scrissi un anno fa credo sia opportuno scriverlo chiaro e tondo: a queste valutazioni e dopo l’ingresso di Tesla nell’indice S&P 500, quell’articolo oggi non lo scriverei più, almeno non in quel modo

Se avete comprato azioni Tesla anche in conseguenza di quell’articolo (in realtà sono in pochi quelli che mi hanno scritto di averlo fatto, appariva allora troppo assurdo), sicuramente avete realizzato l’obiettivo per il quale il piano d’investimento era stato progettato. La coerenza con il piano consiglierebbe di vendere le azioni Tesla, almeno nella misura necessaria per acquistare l’auto, che era poi l’obiettivo del piano. 

Personalmente, la narrativa in base alla quale detengo ancora azioni è la seguente.

Dopo aver cambiato definitivamente il settore delle auto, Tesla ha in “pancia” ancora almeno due “aziende” neonate: una che avrà un impatto dirompente nel più grande business al mondo, ovvero la produzione e distribuzione di energia; l’altro nel settore del trasporto attraverso i veicoli a guida autonoma (connesso a quest’ultimo c’è anche tutto un business legato al software che utilizzeremo nei veicoli durante il viaggio). 

Tuttavia, questi business sono ancora molto poco visibili e oggi sono, in parte non piccola, inclusi nel prezzo delle azioni, il quale – se fosse legato solo al business delle auto – è da considerarsi assolutamente folle. 

Quando l’umore del mercato in generale sarà cambiato, se le banche centrali consentiranno cali importanti dei mercati azionari, il valore di questi business oggi “neonati” nel prezzo delle Tesla evaporerà come neve al sole, a meno che non sarà passato sufficiente tempo affinché quei business diventino già almeno giovincelli.   

Ritengo che sia ragionevole pensare che vi saranno in futuro occasioni per acquistare azioni Tesla a prezzi medi di carico più convenienti di quelli attuali, ma nessuno può dirlo.

 

In conclusione, la scelta di vendere o non vendere è sempre individuale, la cosa importante è essere pienamente consapevoli delle ragioni per le quali si fanno tali scelte. 

E’ fondamentale capire che se qualcuno oggi detiene (o ancora “peggio”) acquista azioni Tesla non lo può fare, coscientemente, per il business delle auto, perché quel business è già ampiamente prezzato. Ai prezzi attuali si possono detenere azioni Tesla solo perché si crede che Tesla si espanderà in business molto più profittevoli rispetto a quello delle auto.